Oltre il sipario. Viaggio ai confini della conoscenza
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Sinossi
Si parte da lontano, da quelle pietre che incontriamo nei viaggi, nelle fotografie, nei libri: blocchi enormi, tagli millimetrici, allineamenti che sembrano pensati con un’intenzione precisa. Sono davvero “solo” resti del passato? O sono tracce di conoscenze e di passaggi che la storia ufficiale fatica a mettere in ordine? Anche il nostro stesso DNA conserva eredità, memorie che non sappiamo di avere e che però si manifestano. Anche il corpo è come un testo da leggere: cibo, emozioni, esperienze che lasciano impronte. Se le tracce sono ovunque, nelle pietre e nel sangue, siamo pronti a riconoscerle? È un racconto che non chiude: apre. E lascia a ciascuno la responsabilità della propria risposta.
In scena c’è una sola voce. Niente ospiti, niente appigli: soltanto un narratore e una serie di domande che, una dopo l’altra, si incastrano come tasselli. Si parte da lontano, da quelle pietre che incontriamo nei viaggi, nelle fotografie, nei libri: blocchi enormi, tagli millimetrici, allineamenti che sembrano pensati con un’intenzione precisa. Sono davvero “solo” resti del passato? O sono tracce di conoscenze e di passaggi che la storia ufficiale fatica a mettere in ordine? Il primo tempo è un percorso dentro questo archivio a cielo aperto, sostenuto anche dalle immagini: fotografie, dettagli, inquadrature statiche che non “spiegano”, ma accompagnano lo sguardo, aiutano a fissare le proporzioni, a vedere ciò che spesso sfugge. Si osservano segnali ripetuti, geometrie che ricompaiono a migliaia di chilometri di distanza, simboli che sembrano parlare la stessa lingua pur nati in epoche diverse. Ci si ferma su un particolare, si torna indietro, si confrontano date e misure: perché certe opere sono lì, perché sono fatte così, e soprattutto che cosa ci chiedono di guardare. Sul finale del primo tempo l’indagine cambia passo e prende una strada più concreta: una rete di luoghi, di rotte, di nomi. I Templari. Non la leggenda da cartolina, ma l’ombra lunga di un ordine che ha attraversato l’Europa lasciando segni riconoscibili: chiese, croci, snodi di viaggio, depositi, punti di contatto. Qui le immagini si diradano: solo poche, due o tre, quasi come appunti visivi, il minimo indispensabile, perché a guidare resti soprattutto la parola. E la domanda diventa inevitabile: che cosa custodivano davvero? Denaro, reliquie, documenti, o qualcosa che valeva più del metallo? L’intervallo arriva quando la mappa sembra stringersi su un punto, come se l’ultimo indizio fosse lì, a un passo. Il secondo tempo si apre con un breve riepilogo: la traiettoria dei Templari, la loro espansione, la caduta improvvisa, e quel filo che sembra non spezzarsi mai del tutto. È qui che il racconto consegna il “finale” legato a loro: una rivelazione che sposta la prospettiva e chiama in causa la scoperta del continente americano, come se dietro l’evento che conosciamo ci fosse un prologo rimasto ai margini, custodito, travestito, o semplicemente dimenticato. Un colpo di luce che rimette in ordine gli indizi ascoltati prima dell’intervallo. Da quella soglia, però, la storia cambia improvvisamente pelle e diventa personale. Si entra in un’esperienza vissuta in prima persona: l’isola di Yonaguni, nel Mar del Giappone, un lembo di terra battuto dal vento e circondato da acque che, proprio lì davanti, nascondono qualcosa che divide da anni studiosi e appassionati. Sotto la superficie, infatti, si intravede una struttura enorme, a gradoni, come una piramide o una piattaforma monumentale: per alcuni è un gioco della natura, per altri è un’opera dell’uomo. Questo capitolo è introdotto da una sola fotografia: appare, resta per un tempo significativo, poi scompare. È un’immagine-soglia, un “fermo” che serve a far entrare tutti nello stesso punto di vista, prima che torni a dominare la parola: la sensazione dell’acqua, la scala di quelle forme, il dubbio che resta addosso quando riemergi. Il finale porta tutto dentro di noi. Qui non ci sono immagini. Non servono. L’epigenetica entra in scena senza effetti speciali: DNA, eredità, memorie che non sappiamo di avere e che però si manifestano. Il corpo come testo da leggere: cibo, emozioni, esperienze che lasciano impronte. Ed è proprio l’assenza di supporti visivi a rendere questo ultimo tratto più empatico, più suggestivo, più “vicino”: perché la ricerca, a quel punto, non è più fuori, in un luogo remoto o in una fotografia, ma in ciascuno di noi. E allora, alla fine, la domanda iniziale torna, ma cambia peso: se le tracce sono ovunque, nelle pietre e nel sangue, siamo pronti a riconoscerle? È un racconto che non chiude: apre. E lascia a ciascuno la responsabilità della propria risposta.
Produzione: Charlotte.
Event Information
| Data e Ora | 16-05-2026 21:00 |